Omar Pedrini La capanna dello zio rock, viaggio al centro dell’album

Di follia, d’amore e solitudine. Sono questi i temi dell’ultimo album di Omar Pedrini, il quarto da solista: “La capanna dello zio Rock”.

L’ex componente dei Timoria, fondatore della band e autore della gran parte dei testi dello storico gruppo fondato nel 1986 e scioltosi nel 2003, ha lasciato i fans col fiato sospeso per quattro anni, pubblicando lo scorso giugno l’ultimo lavoro, dopo i precedenti “Pane, burro e medicine” (2006), “Vidomàr” (2004) e “Beatnik – Il Ragazzo Tatuato di Birkenhead” (1996), che inaugurò la sua carriera prima di debuttare coi Timoria.

“La capanna dello zio Rock” raccoglie alcuni dei migliori successi della band bresciana, composti da Omar stesso, oltre ad alcuni inediti. Le atmosfere passano da quelle oniriche de “La follia” a quelle assolutamente realistiche di “Ragazzo non aver paura” e “Mandami un messaggio”. Si passa dalle location smaltate di Milano, bella solo se “sei un vincente” nel brano “Non è divertente”, agli stretti carrugi di “Genova”, fino alle mete catartiche evocate in “Verso Oriente”.

L’amore? E’ quello sensuale di “Lulù” e quello lacerato di “Un altro giorno senza te”. E poi non manca “Lavoro inutile”, il brano con cui Pedrini si meritò il Premio dei Giornalisti al Festival di Sanremo del 2004. I brani che avevano conosciuto il successo insieme ai Timoria sono riarrangiati, e quelli che ai tempi d’oro della band bresciana erano cantati dalla voce calda di Francesco Renga, vengono ora interpretati in modo più intimo e malinconico. Un mix di brani che sanno di poesia e realismo, in cui concretezza e idealismo si fondono per una raccolta che accontenta sia i fans della leggendaria band, che gli ammiratori dell’artista nelle vesti di solista.

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