Incontro con Ugo Gangheri e Enzo Sgambato

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25 giugno 2013, ore 16:00. Siamo sulla scenografica e intima balconata dello studio di produzione e registrazione della Joe Black Production, il pomeriggio è uno di quelli caldi e soleggiati di giugno lungo la litoranea ionica, il mare è di un azzurro sorprendente, si sente solo il canto delle cicale interrotto dal nostro chiacchierare mentre cerchiamo di ingannare il tempo nell’attesa dei nostri ospiti .

Ci siamo tutti: Giovanni (Joe), Fabiola, Anna e io e siamo in allerta ogni qual volta sentiamo l’avvicinarsi del rombo di un’auto .

Sono loro. Sono arrivati!!!!

Et voilà, direbbero i francesi, Enzo Sgambato e Ugo Gangheri sono già con noi, tutt’intorno custodie di strumenti musicali e sul tavolo, in direttissima da Napoli, una “guantiera” di babà profumatissimi, farciti con crema, panna, amarene e fragoline di bosco.. ho pensato : Chi comincia con “dolcezza” è già a metà dell’opera.

Ho subito capito di avere a che fare con dei Musicisti Veri, gente completamente priva di quelle effimere impalcature comportamentali che il mondo dello spettacolo costruisce intorno ai personaggi del momento. Ugo e Enzo si muovono con naturalezza, parlano con schietta semplicità, si sentono liberi, sono fluidi..hanno capito come è fatto il mondo, come è fatto l’uomo, sanno dare forma ai loro pensieri e questo si capisce nel vederli sorridere. Ho capito di avere a che fare con gente stra-ordinaria, eppure sono lì, davanti a me, e sorseggiano un caffè prima di dare inizio alla registrazione.

Ci siamo.

Giovanni e Anna sono già alla “plancia di comando”, io al microfono con i miei fogli svolazzanti sempre difficili da gestire, Fabiola è già pronta con la macchina fotografica, Ugo accorda la sua chitarra, Enzo assembla il suo clarinetto e da un’altra custodia tira fuori un flauto dritto che proviene da una terra lontana. Basta chiedere una notizia su quel flauto e subito vengono fuori riferimenti allo sciamanesimo e alla Ruota di Medicina dei Nativi d’America. Basta quest’indizio per comprendere che nella nostra conversazione sarebbe venuta fuori la voce dell’Anima.

Si accendono i microfoni.

Ugo è uno squisito conversatore, ha il dono della parola; parla con profondità di questioni importanti ma conosce la modalità della leggerezza. Parla del suo passato, viaggia insieme al tempo ma non esce mai dall’attimo, è presente, è attento. Profondo conoscitore di musica non tradisce la tradizione musicale partenopea, filtrandola e arricchendola con sonorità world d’ampio respiro. Ugo è nel “girone” dei virtuosi insieme a Bennato, Enzo Avitabile , Pino Daniele e tanti altri che hanno reso e rendono grande la Scuola napoletana agli occhi della Nazione e del Mondo. Non ama definirsi artista, è una parola che non gli somiglia, troppo effimera per i suoi gusti, lui ama definirsi artigiano .. un artigiano della musica. Taglia, intaglia, cesella melodie, forgia e foggia testi meravigliosi sempre guidato da una Luce che lo rende quello che è, niente di più : un uomo, un cantautore dotato di una grande generosità creativa basata sulla ricettività. Parla con enfasi e ci racconta del suo disco di esordio “Ccà nun ce stanno liune” e del suo ultimo disco “L’ammore e l’arraggia”. I suoi testi hanno una forte valenza evocativa, la sua Coscienza attiva lo giuda verso l’impegno civile e la denuncia sociale, senza sottrarsi mai a momenti di struggente poesia e delicata bellezza. Vederlo, sentirlo cantare e suonare dal vivo è come mettere olio alla lampada delle emozioni profonde e vederla brillare di una fiamma che invita all’unità e alla partecipazione.

Ugo ama raccontarsi, ama raccontare dei suoi incontri fortunati, dei suoi amici e lo fa con affetto e riconoscenza senza mai risparmiarsi qualche battuta ironica. Racconta di Giobbe Covatta e della sua allegria, di Enzo (Enzino) Iacchetti e della sua disarmante schiettezza nel dire quel che pensa, di Kaballà e della sua inesauribile capacità di scrivere testi ispirati, di Nino Buonocore e del suo genio poliedrico , di Luciano Ligabue e della sua disponibilità, sembra una storia infinita raccontata con l’entusiasmo di un bambino che ha solo qualche anno in più e un po’ di vita passata sulle spalle. Sono passate delle ore in studio a registrare, ogni tanto una boccata d’aria, un bicchiere d’acqua e una sigaretta eppure il tempo è passato in fretta, troppo in fretta.

E’ sera inoltrata, le cicale hanno lasciato spazio ai grilli.

Tutti in macchina per raggiungere un piccolo ristorantino, un luogo dell’anima, nell’entroterra delle campagne di Ceglie Messapica (BR). Giuseppe, il ristoratore, ci accoglie con quell’affetto che si riserva ai vecchi amici di sempre, il nostro tavolo è già pronto e sistemato, circondato da siepi odorose e sulle nostre teste rami frondosi di ulivo che lasciano intravedere il cielo stellato. La conversazione è rilassata, il cibo è semplice e buono, il vino scende e la nostra allegria sale. Ugo è uno spasso stratosferico ed è una vera sorpresa scoprire il suo interesse per l’astrologia. Enzo è uno silenzioso ma gli basta ascoltare Take Five di Dave Brubeck (il jazz è la colonna sonora della nostra cena) e finalmente le parole, da intenditore, scendono come un fiume in piena.

Ci salutiamo con l’animo pago e riconoscente alla Fortuna che crea gli incontri.

Sulla strada del ritorno penso al pomeriggio appena trascorso, alla musica ascoltata, alle parole dette, alla sinergia creata, alle emozioni che ho provato e ancor più penso alla lezione che ho appreso …”Per imparare ad essere bisogna prima imparare ad amare”.

Grazie Ugo, grazie Enzo, grazie Joe.

(si ringrazia Daniela Chionna per il contributo)

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